editoriale

Sono in pochi, gli allenatori disposti al dialogo, molti fingono di farlo solo per carpire chissà quale segreto! Dopo un confronto, verifica e sviluppo, senza nulla togliere al "modo di pensare calcio" di nessuno, ho finito per mettere nero su bianco, un libro in cui espongo le mie idee, i miei convincimenti: "il mio calcio".

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news del mese

 13.07.2010 - Prima del verdetto finale

 

    Domenica mattina, 13 Giugno 2010, ore 10.30

Non son capace di recitare!

Hai voglia di cercare parole, c’è ancora qualcosa da dire, ma cosa?

A me rimane un GRANDE rammarico di come tutto è stato gestito, dall’inizio!

C’è ancora un’ultima speranza che tiene in vita, l’ultima a morire, si dice di solito, 

… e che non muoia!

Comunque vada la ritengo una sconfitta per il popolo dell’Hellas, nessuno escluso!

 

 13.04.2010 - Una stella cometa: Andrea Fortunato

A chi è rivolto

Il libro parla di sport, amicizia, passione. 

Descrive dal di dentro cosa vuol dire diventare un calciatore professionista e svela anche i momenti di debolezza che tutti i campioni hanno vissuto. 

La vita di Andrea può essere letta dagli appassionati di sport, da chi è attento alle storie e vuole saperne di più, dai tifosi delle squadre coinvolte e non solo, persino dalle donne che vogliono leggere di una storia reale e raccontata da chi l’ha vissuta.

In uscita il:

 25 Aprile  2010

Euro: 15,00

 

 

  Il  libro "Andrea Fortunato. Una stella cometa"  si sviluppa intorno ad una serie di testimonianze rilasci ate da grandi protagonisti dello sport che hanno accompagnato Andrea Fortunato nella sua vita di atleta e ragazzo. Si parte da Salerno, dai ricordi dei familiari e di chi lo ha visto tirare i primi calci al pallone. In questa fase emerge il carattere determinato e cocciuto di Andrea: ogni cosa decidesse di fare si impegnava al 100% per riuscirci e arrivare al traguardo finale. Ma oltre ai lati caratteriali, esce fuori l’Andrea bambino e ragazzo: il rapporto con il maestro elementare, cosa gli piaceva guardare in tv, quali erano le sue piccole manie, il ritratto di un bambino normale con un grande sogno.

Si arriva poi Como dove arriva adolescente e si impegna al massimo per raggiungere il suo traguardo, che era quello di diventare un calciatore professionista e vivere di calcio. L’inizio è durissimo, lontano dagli affetti e dall’amata Salerno a 14 anni e solo a più di mille chilometri di distanza in un universo totalmente diverso per ritmi ed esigenze. Ma tutti quelli che lo hanno conosciuto a Como sottolineano che è proprio in questo momento che Andrea decide di impegnarsi ancora di più, per superare tutte le difficoltà.

Dal Como al Genoa e poi il prestito al Pisa, in serie B, dove Andrea diventa uomo grazie ai consigli di Romeo Anconetani e un calciatore su cui investire, grazie alla grande annata che disputa sotto la Torre pendente.

Spinelli e il Genoa lo riprendono e l’annata in serie A è fantastica: Andrea entra in contatto con il mondo del calcio a livelli altissimi e ogni giorno deve vedersela con campioni del mondo come Collovati, grandi protagonisti del passato come Tacconi e giovani emergenti come Ruotolo.

Genova è il trampolino di lancio verso la grande squadra, la Juventus. Andrea in poco meno di due anni di Juve vive tutto: dalla cena pre-ritiro con Boniperti, all’incontro con Trapattoni, alle serate insieme a Baggio, Vialli e Di Livio, all’amicizia fortissima con Torricelli e Ravanelli.

E poi la malattia di cui tutti parlano con dolore. Perché Andrea era un calciatore che stava diventando campione e un ragazzo a cui era facile volere bene.

Tra gli intervenuti anche :Gianni Petrucci, Giancarlo Abete,Maurizio Beretta, i giornalisti Roberto

Beccantini, Gianni Mura, Ivan Zazzaroni,Gianni Balzarini.

 

AUTORE : Jvan Sica (Salerno, 1980), addetto stampa della Biblioteca del calcio “Andrea Fortunato”.

I proventi del libro saranno devoluti in beneficenza al Comitato per la vita “Daniele Chianelli di Perugia.

 
 19.09.09 - Il nuovo Hellas

Per le grandi cose ci vogliono grandi uomini!

Personaggi di grande personalità e competenza!

Dopo il cambiamento al vertice della società mi aspettavo un organico e una programmazione adeguata per raggiungere i traguardi che la stessa si prefiggeva.

È anche vero che la situazione trovata non era delle migliori (a dire poco) a livello amministrativo, ma se c’era qualcosa su cui poter agire era nell’area tecnica, pur mantenendo invariati i bilanci societari.

A parte pochi addetti , dirigenti e tecnici che si possono contare su mezza mano, non mi sembra di vedere persone in grado di far fare un salto di qualità al Verona Hellas.

Lo dico per tempo, prima che inevitabilmente si debbano fare processi e quant’altro, cose a cui ci siamo oramai abituati.

La prima squadra sta riproponendo lo stesso film da molti anni a questa parte, cambiano gli interpreti, ora sono decisamente più all’altezza dei precedenti (buon lavoro da parte del direttivo), ma il risultato non numerico, parlo di gioco e personalità della squadra, non cambia.

È, il mio, un pensiero e una considerazione non nuova in questo contesto e, anche se mi auguro di sbagliarmi, una forte sensazione che mi pervade e un'aria pesante che circonda la squadra a poche partite dall'inizio del campionato.

In ultimo, una considerazione su quelle che dovrebbero essere le fondamenta di una società, il suo Settore Giovanile, la linfa su cui costruire il proprio futuro.

Vorrei conoscere da quali presupposti si basano i dirigenti per imbastire una programmazione che porti nel tempo a risultati soddisfacenti, tali da poter proporre qualche ragazzo cresciuto nel vivaio alla prima squadra.

Da tempo questo non avviene in riva all’Adige, nelle due sponde per essere sincero!

Non me ne vogliano i diretti interessati, ma questo penso in questo momento e questo dico, nella speranza di essere smentito!

 

 18.09.09 - IL CALCIO ITALIANO E LE SUE ASSOCIAZIONI 

    

   “C’è un grande prato verde, dove nascono speranze …”, è dura commentare le prese di posizione di molti dirigenti AIAC a cui il verde prato proprio non interessa!

I vertici di tutto il panorama calcistico permettono di tutto e di più, come ho avuto modo di dire nei miei interventi su questo sito e nei vari incontri, che derivano dall’amarezza che ho cercato di manifestare nel mio libro nel costatare che manca il rispetto delle regole e di conseguenza poco rispetto per chi opera lecitamente.

Se nei vertici delle federazioni, è un gioco politico (la poltrona), nelle varie sedi regionali o provinciali è sempre più una lotta personale (interessi presunti o mero abuso di potere) che intervengono in decisioni anche legalmente inaccettabili e irrispettose del loro stesso statuto.

Sono per prime alcune associazioni, per clientelismo o quant’altro, che aggirano i regolamenti (seguono un esempio che viene da molto in alto), e per questo non possono avere voce con i loro tesserati quando violano le regole!

È un malcostume, per chiamarlo con un eufemismo, che si allarga a pioggia su tutto il sistema calcio.

Anarchia totale e abuso di ufficio che purtroppo non viene sanzionato da coloro che sono preposti a controllare la regolarità dell’operato dei responsabili di ogni grado.

Come possono i dirigenti tutelare i propri associati se loro stessi non lo sono?

È un compito davvero arduo, per chi vuole far le cose perbene e dare un indirizzo comportamentale corretto a tutto campo.

Molti soprusi sono tacitati, silenzio totale anche nelle denunce dirette, … e si continua così!

Di episodi ne ho elencati a suo tempo, e potrei aggiungerne altri cui ho assistito nella mia regione che presumo non sia l’unica, basti guardare ciò che è avvenuto nella FIGC ed in particolare ciò che è successo in questi ultimi anni nel comitato nazionale della LND. Quest’ultima ha un’importanza strategica, rappresenta la quasi totalità del calcio in Italia, con il compito di esercitare una chiara funzione formativa.

Tornando all’AIAC, la tutela degli assistiti non si può certo limitare alla sola questione economica (il rispetto dei contratti tra società e allenatori ed un comportamento improntato alla reciproca correttezza), ma principalmente per quello istituzionale, ragione per cui l’associazione è nata.

Se per primi i presidenti che si sono succeduti non hanno tenuto un comportamento corretto, la logica suggerisce che un allenatore non può sentirsi rappresentato degnamente nella sua categoria!

Devo riconoscere che molto è stato fatto nella tutela degli iscritti nei rapporti con le varie federazioni, ma poco all’interno dell’associazione stessa.

C’è soprattutto voglia di apparire o comandare e intanto il calcio va avanti con il solo volontariato che ingoia di tutto, spinto dalla passione che questo sport sa trasmettere, ma fino a quando? … e se si sgonfia il pallone?

  09.09.2009 - Provocazione costruttiva!

 

  Sono riprese le preparazioni per affrontare un’altra stagione calcistica in tutte le varie categorie giovanili e sono iniziati da qualche tempo gli impegni, delle squadre professionistiche.

Di queste ultime, tra qualificazioni europee e coppe varie, ci sono formazioni già in difficoltà.

Tanto impegno e tanti buoni propositi, ma, parlando con amici appassionati di questo sport e alcuni addetti ai lavori, ho avuto l’impressione non c’è nulla di cambiato, il solito copione che non integra le carenze di sempre del nostro calcio.

Partendo da queste considerazioni, l’idea di una mia innocua curiosità.

Mi piacerebbe fare una prova, una verifica: se chiedessi ai ragazzi del Settore Giovanile quali sono le caratteristiche e le funzioni o compiti principali (per concetto) di ciascun ruolo, sono quasi certo che darebbero risposte a dir poco incomplete.

Sanno tutto dei vari sistemi di gioco, ne conoscono numeri e disposizione in campo, ma delle capacità tattiche individuali per ruolo e nell’organizzazione di gruppo, per situazioni di gioco nelle varie parti del campo, ho molti dubbi.

È una ricerca che, come si può intuire, ho già fatto con alcuni dei ragazzi che ho allenato e ne conosco i risultati.

Senza fare di tutta l’erba un fascio, vorrei spingermi oltre, poiché è sufficiente assistere a qualche partita per verificare che c’è molta carenza di capacità tattica individuale nelle squadre del campionato dilettantistico e, senza voler fare l’avvocato del diavolo, anche tra i professionisti, con qualsivoglia sistema di gioco.

Di parole che trattano quest’argomento ne ho dette e scritte molte e le ribadisco: mancano molte capacità tecnico- tattiche nei nostri calciatori a tutti i livelli, una preparazione che per forza di cose deve iniziare dai giovani!

Vorrei proprio capire se sono io che sono fuori del tempo e auspico un calcio che non c’è più, o se a tutti va bene così!

Mi sarebbe gradito il vostro parere.

     19.08.09 - IL CALCIO COME GLI ALTRI SPORT

  Per l’ennesima volta si eliminano gli effetti, ma non si incide sulle cause!

Purtroppo per noi appassionati di calcio, siamo in buona compagnia nel mondo sportivo italiano.

Le problematiche che ho a lungo discusse riguardo la deficitaria struttura delle “scuole di calcio” nei vari settori giovanili sembrano un male comune a tutte la discipline del nostro panorama sportivo.

Il grido è disperato e unanime! Non ci sono programmazioni in grado di dare una svolta, mancano istruttori all’altezza, con una adeguata preparazione e appropriate conoscenze  atte ad addestrare atleti per essere competitivi con il resto del mondo, un abisso, anche nei concetti dell’apprendimento di base, rispetto alle scuole delle altre nazioni.

In quest’anno di mondiali anche ricchi di risultati eclatanti per l’Italia (vedi nuoto), i maggiori referenti e gli stessi tecnici, hanno lanciato  indubbie “frecciatine” a tutte le federazioni di competenza, nuoto, pallanuoto, atletica, pallavolo, pallacanestro, le più gettonate, ma senza trascurare le discipline ritenute “minori” e sulle quali non mi dilungo nell’elenco poiché finirei per dimenticarne qualcuna.

Non mi invento niente, è tutto referenziato e reale, dichiarazioni fatte alle varie televisioni, di stato e non!

I nostri operatori, salvo qualche logica eccezione, mirano prendere e tenere stretta la poltrona, al risultato immediato, senza curarsi delle basi tecniche e tattiche indispensabili ai ragazzi per superare lo scoglio del passaggio dai settori giovanili, dove peraltro ancora riusciamo ad ottenere risultati numerici di prestigio, ai campionati maggiori.

La cultura e la programmazione a lungo raggio cura in particolare la preparazione di base fondata sui concetti, tecnici e tattici, che portano gli allievi ad essere competitivi nel limite massimo dei 20 anni se non prima, vedi le varie scuole delle federazioni di altri stati.

Da noi ci si adagia  sulle prestazioni casuali, su capacità individuali che quando arrivano alle prime squadre devono cedere il passo e passare, come si diceva scolasticamente una volta, rimandato a settembre.

Ciò smentisce, se ce ne fosse stato bisogno, tutte le alchimie, più che giustificazioni, che lasciano il tempo che trovano e che troppo spesso i nostri presidenti federali usano per “salvare” il proprio movimento a tutela delle situazioni politiche in essere senza curarsi di migliorarne le strutture che sono fondamentali alla crescita dei futuri potenziali campioni.

Repetita iuvant?

      11.04 09 - ... ancora sulla tecnica!

 

Prendo spunto da una mail di un collega (settore giovanile - scuola calcio) in cui mi scrive, dopo aver letto nel sito alcune mie considerazioni:

<<<  Stavo leggendo l'articolo in oggetto, vado subito al problema che condivido con Te: L'insegnamento della tecnica.
Quello che è stato detto: " bisogna insegnare la tecnica, occorre insegnare il gesto tecnico,  non bisogna lasciar fare esercizi in modo libero".

Si dice sempre di fare, ma non si fa, questo è il problema, tutto rimane sempre fermo.
Come si insegna la tecnica? il gesto tecnico? quale gesto tecnico? non ti sei mai accorto che tutte le volte che si parla di gesto tecnico vanno sempre a prendere il colpo di testa? per le altre coordinazioni si ripetono sempre le stesse cose scritte da decenni.
Non Ti sembra giunto il momento di un confronto:  cosa si deve insegnare?, come si deve insegnare? E perchè? Insegnare vuol dire far diventare capaci chi non lo è (con quelli già bravi sono tutti capaci)  e per ogni livello ci vuole il tempo, la gradualità necessaria all'apprendimento, bisogna lavorare sul campo e non solo con le parole.
In una dispensa del 2003 di una squadra di serie A c'è scritto: " I mass media specializzati hanno riscontrato carenze di base nei giocatori italiani anche di alto livello".
Tieni presente che nessuno vuol far vedere di essere carente o impreparato, e questo vale per i calciatori e per gli allenatori, ma questo è un altro problema.  >>>

Come detto da sempre, il gesto tecnico deve essere preceduto dal raggiungimento, da parte del soggetto, di un appropriato equilibrio e di un’idonea coordinazione per eseguirlo convenientemente e soprattutto non deve “essere solo un fatto meccanico”, se non dopo averlo memorizzato e automatizzato.

Nell’ addestramento del gesto tecnico, perché quest’ultimo trovi applicazione celermente, serve il coinvolgimento mentale del calciatore (giovane o meno giovane non c’è differenza, il secondo impiegherà forse un po’ più tempo per raggiungere lo scopo); il soggetto deve pensare a quello che sta facendo, prendere atto e di conseguenza capire che è necessario prima “sistemarsi” correttamente con il corpo per poi eseguirlo.

E’ solo il confronto continuo che permette all’allenatore di aumentare le sue conoscenze e di conseguenza essere in grado di educare nel modo migliore il calciatore, non posso che condividere queste sue considerazioni!

Qualsiasi metodologia che porti ad un miglioramento tecnico è ben accetta!

 

  20.02.09 - DA SOLI DAVANTI AL PORTIERE

  

  Nell’ultimo derby lombardo, INTER – MILAN, in occasione del primo gol, Adriano ha realizzato con l’aiuto delle braccia. L’attenzione si è rivolta soprattutto su questo aspetto del caso, coinvolgendo (e non poteva essere altrimenti) l’operato del direttore di gara e dei suoi collaboratori.

Legittimo anche il rammarico milanista per quella rete “aggiustata” con la mano, ma, come tecnico, vorrei sottolineare come Adriano fosse da solo, all’altezza dell’area piccola, con tre difensori milanisti intorno, due davanti e uno dietro.

Come mai in mezzo a tre difendenti, la palla sia arrivata all’unico attaccante e per di più all’altezza dell’area del portiere, su un cross proveniente dalla tre quarti, circa 35 metri di traiettoria aerea.

Sinceramente non mi scandalizzo più di tanto. D’esempi come questo è pieno il mio libretto di appunti, a tutti i livelli di campionati.

In troppe occasioni si vedono attaccanti “da soli davanti al portiere”!

Esempi eclatanti sono, per citare i più rappresentativi, le reti fatte o sbagliate, di giocatori che si presentano a campo aperto, da soli o accompagnati con il solo portiere come avversario!

Nella partita Lecce – Genoa  0 - 2  del 18.01.09, è capitato per almeno 5 o 6 volte a ciascuna delle due squadre, la trequarti-campo deserta!

E’ successo ultimamente alla Juventus, contro il Cagliari ed il Catania.

Una situazione particolare, un momento, un’interpretazione errata può accadere in una partita, meno se la squadra è di alto livello e se si batte per vincere il campionato e, quando succede per più di una volta, significa che c’è qualcosa che non quadra!

A me hanno insegnato che bisogna chiedersi il perché e per quale motivo questo succede, al fine di darsi delle risposte: obiettive, sincere, equilibrate.

E’ nelle risposte che si trovano la vera indole dei giocatori e gli elementi che determinano il loro atteggiamento, aiutano a mettere a nudo le più recondite origini del comportamento, la loro genesi.

E’ facile dire: L’avevo detto!  

Vorrei far osservare che le cose continuano a rimanere tali, soliti errori, consuete situazioni mal gestite.

Più che squadre, si vedono degli insiemi di giocatori che sviluppano sistemi o moduli di gioco variabili.

Cambiano i moduli, cambiano i sistemi, ma i gol sembrano sistematiche fotocopie: i difensori a guardare, come di consueto nelle “linee difensive”, solo la palla con un disinteresse totale per gli attaccanti, e grandi “leggerezze”che sistematicamente si vedono, errori tecnico- tattici commessi anche da giocatori ritenuti “affermati” che dovrebbero essere esperti in campo internazionale!

Come non cambiano le solite annotazioni degli addetti ai lavori e non (cronisti radio televisivi e commentatori tecnici) che mettono in risalto gli effetti e non ne commentano le cause.

A questo punto viene spontanea una domanda: dipende  dagli schemi tattici o dalle capacità (o incapacità) dei giocatori.

Forse non è solo questione di modulo o sistema … e allora?

Io asserisco che dipende dalla capacità dei singoli, nelle che squadre che hanno giocatori di spessore tattico questo non accade!  Non si può prescindere dai concetti tattici difensivi! Essi vanno oltre qualsivoglia modulo organizzativo e riguardano più che altro le capacità tattiche individuali dei singoli giocatori.

Un conto è sbagliare l’esecuzione di un gesto tecnico (e questo può essere perdonato)! Più grave è il venir meno ai concetti di gioco elementari. Non mi sembra di essere troppo esigente nel pretenderlo , almeno, dai giocatori delle maggiori categorie professionistiche !